Fatturato giù e produzione su. Perché c’è molto fumo statistico

Le statistiche sono impietose. Proprio quando ci sono i primi segnali che la crisi sta per arrestarsi, i numeri ufficiali dell’Istat disegnano un altro quadro. A gennaio sia gli ordinativi sia il fatturato dell’industria italiana sono crollati. Con una particolarità: gli ordinativi più del fatturato. Non è un caso: vuole dire che le aspettative degli imprenditori non hanno ancora raggiunto un punto di svolta.
19 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 04:34
Immagine di Fatturato giù e produzione su. Perché c’è molto fumo statistico
Le statistiche sono impietose. Proprio quando ci sono i primi segnali che la crisi sta per arrestarsi, i numeri ufficiali dell’Istat disegnano un altro quadro. A gennaio sia gli ordinativi sia il fatturato dell’industria italiana sono crollati. Con una particolarità: gli ordinativi più del fatturato. Non è un caso: vuole dire che le aspettative degli imprenditori non hanno ancora raggiunto un punto di svolta. Insomma, le commesse in molti settori languono, per questo continuano a flettere gli ordini. Vediamo i numeri principali. A gennaio, secondo l’istituto nazionale di statistica, gli ordini sono diminuiti del 31,3 per cento su base annua, il dato più basso dal gennaio 1991. Rispetto al mese precedente, il calo è stato del 2,1 per cento. Le variazioni negative più marcate, nel confronto con lo stesso mese del 2008, hanno riguardato i macchinari (meno 41 per cento), i prodotti in metallo (meno 40 per cento) e i mezzi di trasporto (meno 39 per cento). Percentuali più contenute per il fatturato: la flessione complessiva è stata del 19,9 per cento. In gran parte dovuta al crollo del settore auto: meno 47,4 per cento (male anche gli ordinativi, precipitati del 35,8 per cento, per gli autoveicoli).
I dati italiani sono comunque in linea con quelli europei. Anzi, sono leggermente migliori rispetto a quelli dell’eurozona. Infatti, se si considerano gli ordini, la riduzione – secondo i dati diffusi ieri da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea – è stata del 34,1 per cento (in Italia, come detto, il calo è stato del 31,3 per cento). Il raffronto fornisce soltanto un piccolo sollievo. Infatti l’ottimismo non pervade i sindacati. Per Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, “la crisi non è finita”: “Il picco – ha assicurato Epifani – arriverà nel secondo trimestre”. Chi invece non drammatizza i dati dell’Istat è il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola: “Diciamo sempre le stesse cose: i dati di gennaio nascono già vecchi e si ribaltano sempre”. “Ho l’impressione – ha agggiunto Scajola – che il susseguirsi di dati vecchi tende a scoraggiare e a rendere più complessa la gestione della crisi economica. Di fronte a questa crisi, invece, occorre prestare ogni giorno attenzione ai segnali di movimento che ci sono”.
In ambienti dell’esecutivo si fa notare come sia passata sotto silenzio un’indagine curata da Mediobanca e Unioncamere sui conti delle aziende fino a 499 addetti.
Il risultati non possono essere equivocati: la media impresa regge alla crisi. Una società su due – è la conclusione degli esperti che hanno curato il rapporto – conferma i programmi di investimento anche nel 2009. Il segno di una tenuta del tessuto imprenditoriale italiano, e non di uno smantellamento in corso. A dare man forte anche in chiave retroattiva a questa visione c’è una revisione dell’indice della produzione industriale operata proprio dall’Istat. La revisione, che viene effettuata ogni cinque anni, ha condotto a rivalutare lo stesso indice. Come dire che con un aggiornamento dei pesi e dei fattori, la produzione industriale effettiva – o comunque più vicina alla realtà, considerato che si tratta pur sempre di un indice – è stata più alta negli ultimi cinque anni di quella comunicata ufficialmente e che ha dato la stura alla cosiddetta teoria del declinismo nazionale.
A rimarcare l’opera di aggiornamento dell’Istituto nazionale di statistica presieduto da Luigi Biggeri è stato l’ultimo rapporto congiunturale del Ref (il centro studi presieduto dall’economista Carlo Dell’Aringa) curato dal macroeconomista Fedele De Novellis: “I tassi di crescita medi annui sono stati rivisti al rialzo – spiega il rapporto – il 2007 in particolare è l’anno in cui la revisione è stata sostanziale: mentre secondo l’indice calcolato con base 2000 si sarebbe osservata una flessione già all’inizio dell’anno, con il nuovo indice si osserva una tenuta almeno fino a gennaio 2008”. Ovviamente, dicono gli economisti del centro milanese Ricerche per l’economia e la finanza (Ref), “i nuovi indici non modificano la valutazione riferita alle tendenze di breve periodo che restano caratterizzate da una fase di profonda recessione”.